Sanità italiana al limite: quando trovi miliardi per i missili ma non per i medici

Sanità italiana al limite: quando trovi miliardi per i missili ma non per i medici

Pronto soccorso pieni, settimane (a volte mesi) per una visita, medici e infermieri allo stremo, famiglie che rinunciano a curarsi o si indebitano per andare nel privato. Non è “sfortuna”, non è solo “mala gestione regionale”. È il risultato di scelte politiche ripetute, anno dopo anno.

Questo editoriale non vuole aggiungere l’ennesimo sfogo, ma mettere in fila alcuni fatti, confrontarli con quello che succede negli altri Paesi europei e arrivare alla domanda decisiva: se lo Stato non riesce più a garantire il diritto alla cura, a cosa serve?


1. Un Servizio sanitario universale… ma sempre più povero

L’Italia ama ricordarsi – giustamente – di avere uno dei sistemi sanitari più universalistici d’Europa. Ma i numeri dicono che da anni lo stiamo lasciando dimagrire.

Secondo i dati OCSE, la spesa sanitaria italiana (pubblica e privata) si aggira intorno al 9% del PIL, leggermente sotto la media dei Paesi avanzati. Francia e Germania viaggiano stabilmente oltre l’11%, la Spagna è comunque sopra di noi.

Se guardiamo solo alla spesa pubblica, il quadro è ancora più chiaro: in quota di PIL siamo sotto la media UE, mentre la crescita dei finanziamenti negli ultimi anni è stata più lenta rispetto ad altri grandi sistemi sanitari.

Tradotto: il nostro SSN deve fare di più con meno. E quando lo tiri troppo, comincia a strapparsi dove fa più male.


2. Liste d’attesa: la nuova tassa sulla malattia

I numeri sulla rinuncia alle cure sono impressionanti. Nel 2024 quasi 6 milioni di italiani hanno dichiarato di aver rinunciato – del tutto o in parte – ad almeno una prestazione sanitaria necessaria. Motivi principali: tempi di attesa troppo lunghi e difficoltà economiche.

Per molte visite specialistiche, esami diagnostici o interventi programmabili, i tempi nel pubblico superano di gran lunga gli standard fissati dalla stessa normativa nazionale. Le nuove piattaforme di monitoraggio delle liste d’attesa confermano che solo una parte delle prestazioni rientra davvero nei tempi massimi.

Così nasce una sorta di tassa occulta:

  • chi può permetterselo, paga il privato (spesso nello stesso ambulatorio e con lo stesso medico, ma fuori dal circuito SSN);
  • chi non può, aspetta o rinuncia.

Lo Stato continua a dichiarare la sanità “universale”, ma nella pratica sta spostando una fetta crescente di cure sul portafoglio delle famiglie. È una privatizzazione silenziosa, per logoramento.


3. Medici e infermieri: pochi, stanchi e pronti ad andare via

Se parli con un medico di pronto soccorso o un’infermiera di reparto, spesso senti le stesse parole: stanchezza, frustrazione, fuga.

I dati del rapporto Eurispes–Enpam parlano chiaro:

  • oltre il 50% dei medici e il 45% degli infermieri mostra segni di burnout;
  • gli stipendi sono in media circa il 22% più bassi rispetto a quelli dei colleghi di molti Paesi europei;
  • aggressioni, contenziosi e burocrazia contribuiscono a rendere il lavoro sempre meno attrattivo.

Intanto:

  • l’Italia ha meno infermieri della media OCSE: circa 6,9 ogni 1.000 abitanti, contro una media di 9,2 e valori superiori a 12 in Paesi come Germania e USA;
  • il rapporto infermieri/medici è circa la metà della media OCSE.

Sul fronte dei medici il numero complessivo, in teoria, non è basso; anzi, siamo sopra la media OCSE. Ma quasi un medico su due ha più di 55 anni, e una quota significativa ha superato i 65: è una forza lavoro che invecchia rapidamente.

Nel frattempo, migliaia di professionisti stanno scegliendo altre strade: secondo sindacati e associazioni di categoria decine di migliaia di medici e infermieri hanno già lasciato il SSN o il Paese per cercare salari più alti, condizioni migliori, meno burocrazia all’estero o nel privato.

In sintesi: non è che non formiamo professionisti, è che non riusciamo a tenerli.


4. Confronto con gli altri Paesi: non siamo condannati al declino

Tutti i sistemi sanitari europei sono sotto pressione: invecchiamento della popolazione, cronicità, costo delle nuove tecnologie. Ma non tutti rispondono allo stesso modo.

Alcuni esempi:

  • Germania e Francia, pur con problemi interni, investono una quota maggiore di PIL in sanità, mantengono un rapporto medici/infermieri più equilibrato e hanno reti di assistenza territoriale più robuste.
  • Paesi nordici e anglosassoni hanno adottato da tempo figure intermedie (nurse practitioner, infermieri di comunità, team multidisciplinari) che alleggeriscono gli ospedali e garantiscono continuità di cura sul territorio.
  • Alcuni Stati stanno vincolando i fondi nazionali e locali al raggiungimento di obiettivi precisi su liste d’attesa, accesso alla medicina di base, copertura vaccinale, prevenzione.

Non esiste il “modello perfetto”, ma una cosa è chiara: dove la sanità è priorità politica, i soldi si trovano e le riforme si fanno.


5. Miliardi per le armi, briciole per gli ospedali?

C’è un passaggio che molti cittadini faticano a digerire.

Mentre parliamo di tagli, tetti di spesa e “sostenibilità” per il SSN, l’Italia – come gli altri Paesi NATO – sta programmando aumenti consistenti della spesa per la difesa, con l’obiettivo di raggiungere e superare il 2% del PIL nei prossimi anni, e con proiezioni ancora più ambiziose nel medio termine.

La sicurezza è un tema reale, in un mondo attraversato da guerre e instabilità. Ma qui la domanda è un’altra:

che idea di sicurezza abbiamo, se consideriamo strategico acquistare nuovi sistemi d’arma e non trattenere i medici che ci curano?

Perché un Paese che non riesce a garantire diagnosi tempestive, terapie accessibili e personale in numero sufficiente è, di fatto, più vulnerabile. Non solo sul piano sanitario, ma anche sociale ed economico.


6. Cosa chiedere alla politica (davvero)

The Integrity Times non ha ricette facili. Ma ci sono almeno quattro linee di azione che il dibattito pubblico italiano non può più permettersi di ignorare.

  1. Rimettere la sanità in cima all’agenda di bilancio.
    Non bastano piccoli ritocchi annuali: serve un piano pluriennale che porti la spesa sanitaria pubblica almeno in linea con la media dei Paesi europei, vincolando una parte degli incrementi a obiettivi verificabili su liste d’attesa, medicina territoriale e prevenzione.
  2. Investire sul personale, non solo sulle strutture.
    Più borse di specializzazione mirate alle aree carenti, stipendi competitivi, percorsi di carriera chiari, conciliazione vita–lavoro, tutela contro le aggressioni e riduzione della burocrazia inutile. Fermare la “fuga” dei professionisti costa meno che inseguirli dopo che se ne sono andati.
  3. Rafforzare la sanità di prossimità.
    Medici di base, infermieri di famiglia e di comunità, telemedicina, équipe multiprofessionali: solo così si riduce la pressione sugli ospedali e si offre risposta ai bisogni cronici e complessi di una popolazione che invecchia.
  4. Mettere ordine nel rapporto pubblico–privato.
    Il privato può essere una risorsa, ma non può vivere dei fallimenti del pubblico. Serve trasparenza su convenzioni, tariffe, tempi di erogazione e una chiara regola di fondo: nessun cittadino deve essere spinto verso il privato perché il pubblico non riesce a garantirgli i tempi minimi di cura.

7. La domanda finale

Alla fine tutto si riduce a una scelta di priorità.

Possiamo continuare a considerare i problemi della sanità come una somma di emergenze locali – la corsia che chiude, il pronto soccorso in tilt, il medico che va in pensione e non viene sostituito – oppure possiamo ammettere che siamo davanti a una crisi sistemica, frutto di anni di sottofinanziamento e di riforme fatte a metà.

La politica ama parlare di “vita reale”.
La vita reale, in Italia, oggi è questa:

  • un malato che aspetta mesi per una visita;
  • un’infermiera che fa turni impossibili e pensa di mollare;
  • un medico che compila più moduli di quanti pazienti riesca a visitare;
  • una famiglia che si chiede se potrà permettersi le cure per un genitore anziano.

Se la politica non riparte da qui, può parlare di tutto, tranne che di “interesse nazionale”.

Perché la prima infrastruttura strategica di un Paese non sono gli F-35 né le grandi opere: è la possibilità, per chiunque, di essere curato bene, in tempo e senza rovinarsi la vita per pagare una visita.

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